Sunday, June 29, 2008

Letteratura e diritto. Una battaglia tra due libertà, por Claudio Magris



La lettura sin dalle origini della civiltà, alle leggi positive si contrappone l' universalità dei valori umanitari. Per questo l' etica ha bisogno della poesia

«Se la sbrighi ciascuno col suo peccato - dice don Chisciotte vedendo la fila dei galeotti in catene; non è bene che gli uomini onesti si facciano carnefici di altri uomini». Sotto i più diversi cieli e nelle più diverse epoche, la letteratura sembra pervasa da un rifiuto del diritto e della legge, che essa respinge spesso confondendo e identificando i due termini e le realtà diverse che sottendono. Novalis, il romantico tedesco che si propone di poetizzare ossia di riscattare poeticamente il Tutto, scrive in uno dei suoi frammenti: «Io sono un uomo completamente illegale; non ho il senso né il bisogno del diritto» (...). L' avversione della poesia al diritto ha verosimilmente un' altra ragione profonda. La legge instaura il suo impero e rivela la sua necessità là dove c' è o è possibile un conflitto; il regno del diritto è la realtà dei conflitti e della necessità di mediarli (...). Il diritto appare dunque legato alla barbarie del conflitto; necessario, ma come lo è un' amputazione in una malattia o una difesa armata da un attacco armato. Nella poesia - anche la più sofisticata e trasgressiva - c' è quasi sempre, evidente o nascosto, il sogno - nostalgia rivolta al passato o profezia proiettata nel futuro - dell' età dell' oro, dell' innocenza di ogni pulsione, del lupo e dell' agnello che si abbeverano amichevolmente alla stessa fonte. Questa redenzione poetica di ogni pulsione, che Novalis e forse anche Rimbaud ritenevano possibile, tinge del proprio colore di fiore azzurro perfino certi movimenti rivoluzionari protesi a creare politicamente ed esistenzialmente l' uomo nuovo; durante la Comune di Parigi, i comunardi sparavano agli orologi per simboleggiare la fine del tempo storico e giuridico dell' ingiustizia e l' avvento di un tempo nuovo, messianico. La rivoluzione come orgasmo, predicata nel Sessantotto, è l' ennesima, stantia ripetizione di questo sogno di abolire la legge, legata all' esistenza di rapporti di violenza. «Il dominio del diritto - dice un altro frammento di Novalis, angelico precursore delle assemblee pulsionali - cesserà insieme con la barbarie». Il rifiuto della legge avvicina la poesia alla fede. Nessuno ha messo sotto accusa la legge come San Paolo e la teologia, specie protestante, che deriva da lui. «La legge provoca la collera di Dio», sta scritto nella Lettera ai Romani; è essa che fa prendere vita al peccato e lo fa sovrabbondare, si dice ancora, e Lutero incalza: «Prima ero libero e andavo nella notte senza lanterna; ora, dopo la legge, ho una coscienza e prendo una lanterna nella notte. Dunque la legge di Dio non è nulla, se non l' inizio della cattiva coscienza». La risposta dell' uomo religioso all' orrore della legge è il salto nella grazia, l' abbandono alla fede, che salva al di là del giudizio perché non si basa sull' esame delle azioni, meritorie o delittuose, bensì sull' unione totale in Dio, indipendentemente da ogni valutazione morale: «Abramo si salva», scrive Karl Barth, non per quello che fa, bensì perché «crede in colui che dichiara giusto l' empio» (...). Nella letteratura tale violenza religiosa si laicizza, conservando tuttavia la propria radicalità: all' abbandono in Dio si sostituisce spesso l' abbandono alla totalità della vita, l' armonia col suo fluire al di là del bene e del male. Per Kafka, la legge pone l' individuo fuori dalla vita - fuori del territorio dell' amore, scrive all' amica Milena (...). Ma questa consapevolezza lo induce a un peccato secondo Kafka ancora più grave ossia a pretendere di non mescolarsi al buio e all' impuro della vita, di essere puro, orgogliosamente scevro di ogni colpa e della stessa colpa di vivere. Tale superba pretesa di non essere sporcato dal fango della vita è la sua colpa, che lo estrania agli uomini e lo condanna a restare sempre davanti alle porte della legge, come nella famosa parabola, a non entrare nella vita, a «difendersi sino alla fine», come dice nel Processo Josef K., colpevole proprio per tale ossessione di difesa legalistica. Con questa ansia di perfetta innocenza e purezza è impossibile non violare alcun codicillo: «Sempre si trasgredisce la legge», dice Fischerle nell' Auto da fé di Canetti (...). In Michael Kolhaas - il più grande racconto che sia mai stato scritto sulla lettera e lo spirito della legge, la sua violazione e la sete di giustizia - Kleist mostra la tragica violenza immanente alla sacrosanta esigenza di ottenere e farsi giustizia. La poesia - come la vita, come l' amore - vorrebbe la grazia, non la legge; essa racconta l' esistenza piuttosto che giudicarla, come nel detto evangelico: «Nolite judicare» (...). La letteratura rivela così la sua profonda e contraddittoria essenza morale; nemica della legge astratta e disincarnata, essa è un' incarnazione della legge. I fondatori di religioni e i creatori di etica hanno bisogno della letteratura; raccontano parabole, in cui un' astratta verità morale, che altrimenti morirebbe subito di inedia, diviene vita concreta, epico racconto della vita. Il commento alla Legge per eccellenza, la Torah, diviene la grande narrazione talmudica. Questa epicità, che è inizialmente accettazione dell' esistenza intera al di là del bene e del male, contiene il giudizio, pure il castigo che deve seguire il delitto; Raskolnikov accetta intimamente - pur giustamente convinto dell' irripetibile diversità del suo cuore, irriducibile a ogni comma giuridico - la pena e la Siberia. Sin dalle origini fondanti della nostra civiltà, al diritto codificato ossia alla legge viene contrapposta l' universalità di valori umani che nessuna norma positiva può negare: all' iniqua legge dello Stato promulgata da Creonte, che nega universali sentimenti e valori umani, Antigone contrappone le «non scritte leggi degli dèi», i comandamenti e i principi assoluti che nessuna autorità può violare. Il capolavoro di Sofocle è una tragica espressione del conflitto tra l' umano e la legge, che è pure conflitto tra il diritto e la legge. Il decreto iniquo di Creonte è una legge positiva, con un suo contenuto specifico. Ad essa Antigone contrappone un diritto non codificato, potremmo dire consuetudinario, tramandato dalla pietas e dall' auctoritas della tradizione, che si presenta quale depositario stesso dell' universale, un diritto al di sopra della legge positiva. In questo caso, esso corrisponde a imperativi categorici assoluti; Antigone è il simbolo intramontabile della resistenza alle leggi ingiuste, alla tirannide, al male: veneriamo come eroi e martiri i fratelli Scholl o il teologo Bonhoeffer che, come Antigone, si sono ribellati alla legge di uno Stato - quello nazista - che calpestava l' umanità, sacrificando in questa ribellione la loro vita. Ma Antigone è una tragedia ossia non è solo una nitida contrapposizione di pura innocenza e truce colpa, ma è un conflitto nel quale non è possibile assumere una posizione che non comporti inevitabilmente, per tutti i contendenti, anche i più nobili, pure una colpa. Sofocle, genialmente, non raffigura Creonte quale un mostruoso tiranno; questi non è un Hitler, ma è un governante le cui responsabilità di governo, di tutela della città, possono chiedere di tener conto - in nome dell' etica della responsabilità, per citare Max Weber - delle conseguenze, sulla vita di tutti, di una disobbedienza alle leggi positive e di un possibile caos che ne segua. A seconda della costellazione storico-sociale, la libertà e la democrazia si difendono appellandosi al diritto non scritto, depositario di tutta una tradizione culturale, o alla legge positiva. Durante la Repubblica di Weimar, i democratici si appellavano alle leggi positive che punivano le dilaganti violenze antisemite, mentre giuristi e intellettuali filonazisti sostenevano che quelle leggi non corrispondevano al radicato sentire del popolo tedesco e dunque al suo diritto profondo ed erano perciò astratte; durante il nazismo, ad appellarsi alle «non scritte leggi degli dèi», contro le positive leggi razziali e liberticide del regime, erano gli oppositori del nazismo (...). Legge e diritto sanciscono questo peccato originale, questa impossibilità dell' innocenza dell' esistere. Ed è questo che, pur contrapponendo poesia e diritto, anche li avvicina, perché - scrive Salvatore Satta in un passo del Giorno del Giudizio sul quale ha richiamato l' attenzione Giovanni Gabrielli - «il diritto è terribile come la vita» e la letteratura, chiamata a raccontare la nuda verità della vita senza remore moralistiche, non può non avvertire una pericolosa vicinanza a quella terribilità e a quella malinconia. (...) È soprattutto in Germania che si è verificata, specialmente in età romantica, una singolare alleanza, quasi una simbiosi tra poesia e diritto - inteso quale diritto consuetudinario e non quale lex positiva. I fratelli Grimm, grandi filologi e letterati, erano giuristi. Raccogliendo le loro celebri fiabe, intendevano salvare il grande patrimonio del «buon vecchio diritto» ossia delle consuetudini, tradizioni, usi locali del popolo tedesco nella sua coralità; patrimonio che nei secoli era stato conservato nella letteratura popolare. Nella stessa epoca, come sottolinea Maria Carolina Foi, scoppia in Germania un' interessantissima polemica giuridica fra Thibaut, che propugna per la Germania, sul modello napoleonico, un codice civile unitario e unificante - atto a rendere tutti i cittadini uguali davanti alla legge e a spazzare via i privilegi feudali - e Savigny, che vuole invece difendere la varietà, le diversità locali, le differenze e disuguaglianze dell' antico diritto comune consuetudinario, espressione del Sacro Romano Impero, vedendo invece nel codice unico uno strumento di livellamento autoritario. Naturalmente, a seconda delle circostanze, è l' una o l' altra delle posizioni a difendere concretamente la libertà degli uomini: il modello unificante potrà essere appiattimento tirannico staliniano delle diversità o tutela democratica dei diritti di tutti gli uomini, come la sentenza che più di quarant' anni fa impose a un' università del Sud degli Stati Uniti di accogliere uno studente nero, facendo giustamente violenza alla diversità della cultura bianca e del suo razzismo stratificato nei secoli (...). Nella cultura tedesca, l' affinità fra diritto e letteratura si trasforma in pochi anni da armonioso idillio a comune lacerazione. La rivoluzione che investe - a partire dal fin de siècle, ma con dei preludi già in età romantica - la letteratura moderna e contemporanea, sconvolgendo radicalmente forme strutture e valori, distrugge anzitutto l' idea di totalità e di centralità e di ogni compatta unità, sia dell' Io sia del mondo; priva la realtà - e la sua rappresentazione - di un centro, fa di ogni individuo un uomo senza qualità ossia un insieme di qualità prive di un centro unificatore e organizzatore. A questa eclissi di un valore centrale e di un soggetto capace di costruire una gerarchia armoniosa del reale corrisponde in sede giuridica, ha scritto Natalino Irti, l' eclissi del codice unitario, sopraffatto da una centrifuga selva di leggi particolari avulse da ogni totalità: anch' esse una mera «anarchia di atomi»; come Nietzsche (e con lui Musil, ma prima di lui già Bourget) definiva quello che un tempo era Sua Maestà l' Io. Ed è lo stesso Nietzsche che - nell' aforisma 449 di Umano, troppo umano, analizzato sotto questo profilo da Irti - constata che «il diritto non è più tradizione» e dunque, vista la sua necessità alla vita sociale, può e deve essere solo imposto, cogente e arbitrario, non fondato su nulla. Nell' età contemporanea ogni fondamento, secondo Nietzsche, si è dissolto; il diritto si è sciolto da ogni tradizione fondante, religiosa o culturale, e poggia sul nulla, come l' arte, la filosofia, l' uomo stesso (...). Nonostante tutto questo, il sentire comune contrappone volentieri la passione della poesia alla razionalità non tanto del diritto, quanto della legge. È soprattutto il formalismo di quest' ultima ad apparire cavilloso, arido, negatore della calda umanità. Ma - come ha sottolineato Ascarelli - Shakespeare, nel Mercante di Venezia, ci mostra genialmente come l' umanità, la giustizia, la passione, la vita, vengano salvate da Porzia travestita da sottilissimo e capzioso avvocato, grazie al formalismo giuridico più sofistico, che autorizza sì Shylock a prendere una libbra di carne dal corpo di Antonio, ma senza versare neanche una goccia di sangue. Non è il caldo appello all' umanità, ai sentimenti, alla giustizia a salvare la vita di Antonio, bensì il freddo richiamo avvocatesco alla lettera formale della legge. Questa freddezza logica salva i valori caldi: non solo la vita di Antonio, ma anche l' amicizia di Antonio e Bassanio e soprattutto l' amore di Porzia e Bassanio, prima turbato dall' angoscia di quest' ultimo per la sorte dell' amico: «Voi non giacerete accanto a Porzia con l' animo inquieto», dice la donna all' amato, decidendo allora di liberarlo da quell' inquietudine che offusca l' eros e di salvare dunque, con i cavilli legali, Antonio. Tanta letteratura ha guardato con astio al diritto, considerandolo arido e prosaico rispetto alla poesia e alla morale (...). A differenza di chi declama le profonde ragioni del cuore pensando in realtà che esista solo il suo cuore, la legge parte da una conoscenza più profonda del cuore umano, perché sa che esistono tanti cuori, ognuno con i suoi insondabili misteri e le sue appassionate tenebre, e che proprio per questo solo delle norme precise, che tutelano ognuno, permettono al singolo individuo di vivere la sua irripetibile vita, di coltivare i suoi dèi e i suoi demoni, senza essere impedito né oppresso dalla violenza di altri individui, come lui preda di inestricabili complicazioni del cuore, ma più forti di lui, come i galeotti liberati di don Chisciotte sono più forti di lui e lo malmenano brutalmente (...). La ragione e la legge hanno spesso più fantasia del cuore, capace solo di sentire le proprie inestricabili complicazioni e incapace di immaginare che esistano pure quelle altrui. Il cuore, diceva Manzoni, sa assai poco, appena un po' di ciò che gli è stato raccontato; spesso è tutta una gran confusione, scrive Stefano Jacomuzzi. Qualificare l' omicidio o il furto come reati non basta per capire i diversi motivi per i quali diverse persone li compiono, ma chi si appella a ineffabili motivazioni dell' animo per sfuocare la gravità di quei reati capisce ancor meno le persone che li commettono. Il legislatore che punisce la corruzione negli appalti pubblici è un artista che sa immaginare la realtà, perché in quella corruzione vede non l' astratta violazione di una norma, ma, ad esempio, le cattive attrezzature di cui - causa quella corruzione - viene dotato un ospedale, in luogo di quelle efficaci che esso avrebbe avuto grazie a un' asta corretta: dietro quel reato ci sono dunque malati curati peggio, individui concreti che soffrono. Gli antichi, che avevano capito quasi tutto, sapevano che ci può essere poesia nel legiferare; non a caso molti miti dicono che i poeti sono stati anche i primi legislatori.

(Il testo è una sintesi della «lectio magistralis» su «Letteratura e diritto» tenuta da Claudio Magris a Madrid lo scorso 24 febbraio, quando l' Università Complutense gli ha conferito la laurea honoris causa)
Corriere della Sera, 16 aprile 2006, p. 29
Ilustración: Claudio Magris, por Jorge Alberto

Contar cuentos, por Mario Vargas Llosa




No hay mejor ejemplo que 'Las mil y una noches' para explicar la razón de ser de la ficción en la vida de los seres humanos. La literatura es un permanente desagravio contra los infortunios.




El Sahrigar que indulta a Sherezada es alguien a quien los cuentos han transformado

La buena literatura, como la vida, nunca está quieta: evoluciona, se adapta, se renueva




Gracias a su inventiva prodigiosa y a sus sutiles artes de contadora de cuentos, Sherezada salva su cabeza de la cimitarra del verdugo. Arreglándoselas cada noche para tener a su esposo y señor, el rey Sahrigar, fascinado por sus historias, e interrumpiendo su relato cada amanecer en un momento particularmente hechicero de la intriga, durante mil noches y una noche consigue aplazar su ejecución hasta que, al cabo de esos casi tres años, el sanguinario monarca sasánida le perdona la vida y comienza para la pareja su verdadera luna de miel.
Sherezada lleva a cabo una verdadera proeza, sin duda. No puede devolver la vida a las decenas de muchachas sacrificadas a lo largo de un año por el déspota salvaje que vengaba en esas efímeras esposas de una noche la humillación que había sufrido al verse engañado por sus disolutas concubinas de antaño, pero, con sus astucias de gran narradora, desanimaliza al bárbaro que hasta antes de casarse con ella era puro instinto y pulsión y desarrolla en él las escondidas virtudes de lo humano. Haciéndolo vivir y soñar vidas imaginarias, lo enrumba por el camino de la civilización.
No existe en la historia de la literatura una parábola más sencilla y luminosa que la de Sherezada y Sahrigar para explicar la razón de ser de la ficción en la vida de los seres humanos y la manera como ella ha contribuido a distanciarlos de esos oscuros orígenes de su historia en los que se confundían con los cuadrúpedos y las fieras. Y ésa es sin duda la razón de que Sherezada sea uno de los personajes literarios más seductores y perennes en todas las lenguas y culturas.
Para Sherezada, contar cuentos que capturen la atención del rey es cuestión de vida o muerte. Si Sahrigar se desinteresa o se aburre de sus historias, será entregada al verdugo con las primeras luces del alba. Ese peligro mortal aguza su fantasía y perfecciona su método, y la lleva, sin saberlo, a descubrir que todas las historias son, en el fondo, una sola historia que, por debajo de su frondosa variedad de protagonistas y aventuras, comparten unas raíces secretas, que el mundo de la ficción es, como el mundo real, uno, diverso e irrompible. Para el bruto que la escucha y se deja llevar de la nariz por la destreza de Sherezada hacia los laberintos de la vida fantaseada donde permanecerá prisionero y feliz mil noches y una noche, aquella trenza de cuentos le enseñará que, dentro de la violenta realidad de matanzas, cacerías, placeres ventrales y conquistas en que ha vivido hasta ahora, otra realidad puede surgir, hecha de imaginación y de palabras, impalpable y sutil pero seductora como una noche de luna en el desierto o una música exquisita, donde un hombre vive las más extraordinarias peripecias, se multiplica en centenares de destinos diferentes, protagoniza heroísmos, pasiones y milagros indescriptibles, ama a las mujeres más bellas, padece a los magos más crueles, conoce a los sabios más versados y visita los parajes más exóticos. Cuando el rey Sahrigar perdona a su esposa -en verdad, le pide perdón y se arrepiente de sus crímenes- es alguien al que los cuentos han transformado en un ser civil, sensible y soñador.
Las mil noches y una noche no es un libro árabe traducido a las lenguas occidentales, como se suele creer. Sus orígenes son remotos, intrincados y misteriosos. Se trata de multitud de historias, orales y escritas, de origen principalmente persa, indio y árabe, pero también de otras culturas menos extendidas, algunas antiquísimas, procedentes las más viejas de los siglos IX y X, aunque sobre todo del siglo XIII, que, a partir del siglo XVIII, fueron recopiladas y vertidas al francés, al inglés y al alemán por arabistas europeos. El primer traductor europeo de Las mil noches y una noche fue el francés Antoine Galland (1646-1715). Esta traducción tuvo un éxito extraordinario y fue vertida a su vez a otras lenguas europeas. La enorme difusión de estos relatos en Europa y el prestigio que alcanzaron hicieron que en el mundo árabe, donde hasta entonces eran desdeñados por los intelectuales como literatura barata y populachera, se rectificara este criterio y empezaran a aparecer las primeras recopilaciones en la lengua original de la mayoría de los cuentos. Recomiendo a quien quiera orientarse en esta enmarañada genealogía los eruditos estudios del arabista español Juan Vernet, uno de los mejores traductores al español de los célebres relatos.
En el siglo XIX aparecieron las primeras versiones directas al inglés, las de los orientalistas Edward Lane y Sir Richard Burton, que, al igual que la de Galland, se difundirían por el mundo entero. Desde entonces, las traducciones directas o indirectas de Las mil noches y una noche se multiplicarían en todas las lenguas al extremo de competir con la Biblia y Shakespeare en ser el libro más divulgado, adaptado, traducido, vestido y desvestido de la historia. La que más circuló, por largo tiempo, en el ámbito de la lengua española fue la retraducción que hizo Vicente Blasco Ibáñez de la versión francesa del pintoresco doctor J. C. Mardrus, la más cargada de erotismo que se conoce. Luego, aparecerían varias más, directas del árabe.
Lo característico de estas traducciones es que prácticamente ninguna es idéntica a la otra. O porque cada traductor se sirvió de diferentes manuscritos, o porque lo que añadió o quitó fue tan grande como los mismos cuentos originales que utilizó, o porque las tendencias morales, religiosas y estéticas de cada época y sociedad lo empujaron a dar una orientación determinada a los textos traducidos, el hecho es que las diferencias entre las distintas versiones de estos relatos son probablemente mayores que los parecidos, como mostró Borges en su célebre ensayo, Los traductores de las mil y una noches, incluido en Historia de la Eternidad. Lo cual quiere decir que, aunque orientales en su origen, los cuentos de Las mil noches y una noche forman parte también, de pleno derecho, de la literatura occidental. Y, como todo texto clásico -pero, más que cualquiera de ellos, por su naturaleza proteica y su origen colectivo y plural-, son susceptibles de ser leídos e interpretados de manera distinta por cada generación de lectores. La buena literatura, como la vida, nunca se está quieta: evoluciona, se adapta, se renueva y, sin dejar de ser la misma, es siempre otra, con cada época y lector.
Para escribir mi propia versión he consultado distintas traducciones, pero, sobre todo, la -excelente- de M. Dolores Cinca y Margarita Castells, publicada por Ediciones Destino, el año 2006. He intentado una adaptación minimalista para el teatro, que consta sólo de dos intérpretes pero de muchos personajes. Los actores que representan el espectáculo encarnan sus propios roles y a su vez se metamorfosean en el rey Sahrigar y Sherezada y en los diversos protagonistas de las historias que aquélla cuenta al rey para escabullirse del verdugo. Mi versión es muy libre. Respetando vagamente la estructura primigenia de algunos relatos -entre ellos no figura ninguno de los más conocidos-, recrea sus contenidos -añadiendo y recortando- desde lo que podría llamarse una sensibilidad moderna.
Los personajes principales ejercen y disfrutan el placer de contar, una de las más antiguas formas de relación desarrolladas entre los seres humanos, una vez que tuvieron que agruparse en comunidades para defenderse mejor de la fiera, las inclemencias del tiempo, las tribus enemigas y procurarse el sustento. Como Sherezada al rey Sahrigar, esas historias que ardían en la caverna primitiva, alrededor del fogón que apartaba a las alimañas, fueron humanizando a sus oyentes. Ellas son el despuntar de la civilización, el punto de arranque de ese prodigioso camino que llevaría a los seres humanos, al cabo de los siglos, a los grandes descubrimientos científicos, a la conquista de la materia y del espacio, a la creación del individuo, de los derechos humanos, de la democracia, de la libertad y, también, ay, de los más mortíferos instrumentos de destrucción que haya conocido la historia. Nada de eso hubiera sido posible sin el apetito de vida alternativa, de otro destino distinto al propio, que hizo nacer en la especie la idea de inventar historias y contarlas, es decir, de hacerlas vivir y compartir mediante la palabra y, luego, más tarde, la escritura. Ese quehacer, esa magia, refinó la sensibilidad, estimuló la imaginación, enriqueció el lenguaje, deparó a hombres y mujeres todas las aventuras que no podían vivir en la vida real y les regaló momentos de suprema felicidad. Eso es también la literatura: un permanente desagravio contra los infortunios y frustraciones de la vida. Como en una obra mía anterior, Odiseo y Penélope, en Las mil noches y una noche, el teatro, la lectura y el contador de historias se funden para dar una versión en formato menor de un gran clásico de la literatura.
Debo a mis queridos y admirados amigos Aitana Sánchez-Gijón y Joan Ollé, compañeros y maestros de aventura teatral, sugerencias e ideas que corrigieron muchas imperfecciones de mi texto.
© Diario EL PAÍS, ed. de 29/06/2008
Foto Mario Vargas Llosa, por CRISTÓBAL MANUEL

Sunday, June 22, 2008

Presentación del libro Implicación Derecho Literatura



Salón de Actos UNICAJA. 18 de junio
En la foto (derecha a izquierda): D. Mariano Vergara, Vicepresidente de la Fundación Unicaja. D. Jesus García Calderón, Fiscal Jefe del TSJA. Prof. Dr. José Calvo González, dir. de la obra.

Friday, June 06, 2008

Magris sobre Cervantes y la unidad europea (2004)




Cervantes et l’unité européenne
Le 22 octobre 2004, à Oviedo, le prix “Principe de Asturias” pour la littérature a été conféré à un écrivain italien, Caudio Magris. A cette occasion, l’auteur a prononcé un discours intitulé “Aux frontières de l’Europe avec Don Quichotte et Musil” dont nous publions quelques extraits.
“Siamo entrati nella stanza dei bottoni della fabbrica della vita e non sappiamo se e quanto i nostri pronipoti ci assomiglieranno, se avranno le nostre passioni o saranno quasi un’altra specie. La realtà è un teatro di posa continuamente smontato e noi ci muoviamo in esso come Don Chisciotte nella Mancha (…)”.
“L’unità europea non deve incutere timore. Viviamo già, di fatto, in una realtà che non è più nazionale, ma europea; questa unità europea di fatto dovrà diventare sempre di più unità pure istituzionale, anche se il cammino per realizzarla sarà irto di difficoltà e di momentanei arretramenti. L’amore per l’Europa non presuppone alcuna miope superbia eurocentrica: il centro del mondo oggi è ovunque e non tollera alcuna iniqua dominanza di una sola parte del mondo. L’umanesimo europeo è anche battaglia per questa pari dignità di ogni provincia dell’uomo”. (CLAUDIO MAGRIS)

En Bulletin de la Société internationale de défense sociale pour une politique criminelle humaniste, CAHIERS DE DEFENSE SOCIALE, 2004, p. 91


Claudio Magris, FOTO Arturo Campos Cedillo
Cervantes. Dibujo y Grabado de G. Gómez Terraza y Aliena. Valencia 1877.

Implicación Derecho Literatura. Acto de presentación